Quando arriva l’ora del conto


Andare al funerale di un coetaneo non è mai bello. Non è mai bello nessun funerale a dire il vero, ma quello di un coetaneo ti lascia un pizzico d’amaro in più. Hai ancora la sua faccia lì davanti, quando lo incrociavi per i corridoi delle elementari, o di quando girava con gente piuttosto chiassosa, tipi da bar, che al pranzo dei coscritti si erano vestiti tutti uguali e si erano seduti tutti attorno allo stesso tavolo. Hai ancora impresso il suo volto sofferente quando lo hai visto una settimana fa, mentre scendeva dal camion, abbattuto da una fatica facilmente attribuibile alle sue dimensioni corporee ormai fuori da qualsiasi logica. Hai ancora in testa il suo ciao, quel sorriso che in tanti anni non avevi mai visto, perché lui prima si mascherava da duro e girava con i duri del paese, e adesso invece non ne aveva più motivo, di mascherarsi.

Io stavo preparando una festa, qui da me, mentre lui moriva d’infarto in casa sua. Io scaricavo bottiglie dalla macchina mentre decine e decine di persone si avvicendavano alla camera mortuaria, per portargli l’ultimo saluto. Ho saputo in serata, quando avevo già qualche bicchiere in corpo e tutti gli amici attorno al tavolo per cena. Ho trovato il modo per dimenticarmi di lui per un po’, in fondo non abbiamo mai avuto nulla da spartire, non ci siamo mai frequentati, ma mi faceva fatica togliermi quel ciao, quel sorriso dalla mente.

La cena l’ho fatta lo stesso, col pensiero parcheggiato altrove. Oggi sono passato alla cassa, era l’ora del conto, ha pagato lui.


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