L’ultimo caffé
Io ci penso spesso che devo morire. Mi capita quando sono in pausa, con la mia dannata sigaretta in uno squallido bagno in parte adattato a magazzino, guardando le cavallette nell’aiuola o le lucertole che fanno capolino sul davanzale della finestra, avide di sole. Penso a quanto breve possa essere la loro vita, e di quanto poco freghi loro se lo sto pensando. Poi mi sposto, finisco la pausa altrove, alla macchina del caffé, dove spesso il caffé non è per niente bevibile. E penso che uno schifo di caffé così è indecente, e bisognerebbe incazzarsi con il tecnico della macchinetta che imposta il dosaggio al minimo per ordini di scuderia. In quei frangenti talvolta mi capita di pensare che quello potrebbe essere il mio ultimo caffé, e dico ziocamper che schifo di caffé, per essere l’ultimo potevano anche darmi qualcosa di decente.
L’ultimo.
Assesto ancora un giro di palettina per smuovere quel fondo di zucchero non disciolto, e penso.
Morire.
Adesso, fra poco.
Morire.
Fanculo. Non riesco a non pensarci, lì alla macchinetta, che tutti si deve morire. Insomma, è l’unica certezza della vita, non sarebbe giusto non occuparsene, specie se il caffé fa schifo. Sono un esistenzialista? Un fatalista? Non lo so, anche perché non so manco cosa significhino quelle parole. E poi il mio insegnante di lettere diceva che le parole che finiscono in -ista sono tutte cose negative, e io ci avevo fatto notare, al mio insegnante, che elettricista, apripista, tubista e ricambista non lo sono poi così tanto. Pensa se ti si rompe un rubinetto e hai acqua per tutta la casa, non credo tu ti metta a pensare se il tubista possa in qualche modo essere una cosa negativa. Probabilmente quando ti porta il conto qualcosa di negativo lo puoi anche rilevare, ma sono dettagli legati a questa vita secolare e non certo alla desinenza del termine.
Penso – scusate la divagazione – che morire capiterà, e mi metto sempre un po’ nella posizione di chi comunque sta aspettando che capiti, ma non nel senso che sono in trepidante attesa ma più tipo come quando aspetti una multa di autovelox, che tanto sai che arriverà e che hai sta cosa che ti ronza in testa ogni tanto. Mi pongo delle domande sui generis, se ho vissuto bene, se ho pagato tutte le bollette e se ho saputo amare il mondo che mi è stato disegnato attorno. Se ho saputo evitare di fare del male ai miei simili o se, nel caso lo abbia fatto, sia stato in grado di rimediare in qualche modo, o, per lo meno, se il bipede in questione non ha fatto troppi giorni d’ospedale. Mi domando se ho saputo dare il giusto peso alle cose, se ho chiuso il frigo prima di uscire di casa, se mi troverà qualcuno quando capiterà di andarmene. Questioni che non mi assillano, per carità, ma ogni tanto trovo conforto nel pormele, ché mi fanno credere di essere pronto all’incalcolabile eventualità.
Sarà un caso, ma il caffé in quel momento diventa ottimo.





bellissimo…bravissimo
quando scrivi queste storie qua io le devo leggere due volte, ché la prima fino alla fine mi domando se è una cosa seria oppure no. Forse sono scema :-) (comunque pensare alla morte è una buona cosa: quelli che non sono capaci vivono peggio)
sai, chiaratiz, è un punto interessante quello che poni. io, forse presuntuosamente, credo che ‘sto signore sia un taoista esemplare e che sappia esprimere sempre una punta di yin in un post tutto yang, e viceversa. sarà per questo che riesce a commuovermi anche quando mi fa ridere. e viceversa.
Vix, mi lusinghi, ma di brutto brutto brutto!
Sba, Vix ti ha dato del taoISTA, adesso non vorrei dire…
mentre leggevo speravo di non morire, almeno non prima di aver finito il post :D molto bello
ritieniti fortunato a riuscire a pensare che si dovrà morire. quando uno non ci riesce spreca troppo tempo a lamentarsi. e vive come un dormiente, uno zombie, un automa. se il caffé della macchinetta fa così schifo, si può provare a NON METTERCI LO ZUCCHERO, credo crescerebbe l’intensità di questo tipo di riflessioni…