No, non è proprio il titolo giusto ma c’è una motivazione di fondo. Stasera infatti si parlava di morti in montagna e se ne valeva la pena, di rischiare. Io son uno che pensa sei volte alle cose prima di farle, e se questa condizione di cunctator da un lato mi ha un po’ limitato nel fare sciocchezze, dall’altro mi ha preservato da farne di peggiori.

Eran circa dieci anni fa, quando mio cugino Marco mi propose di andare a fare un tiro in montagna. Io ero fuori allenamento, lui si era da poco sparato “Voyage selon Gulliver” sul Grand Capucin, classificata al tempo come ABO+. Insomma, Mignolo e Prof eravamo. Con l’auto ci portammo nei pressi del gruppo Castello-Provenzale, in alta Valle Maira. Lui era intenzionato a fare la Mariagrazia, una via facile, alla mia portata. Ci incamminammo per il sentiero e alla base della parete sbrogliammo le corte per partire.

Arrampicare in quota è molto molto molto diverso che in falesia, e chi lo fa lo sa. C’è l’avvicinamento, la quota, appunto, il freddo, gli stronzi. Di fatto (non sto a raccontare noiosi dettagli, con ricordi per altro sbiaditi) arriviamo nel punto dove c’è da fare il traverso per poi arrivare in cima alla Castello. Gli dico “Sono stanco, non ho più benzina”. Mi dice “fermiamoci un attimo”. Guardiamo su, verso la cima, c’è un gruppo che sta per fare il traverso alto. Restiamo un po’ lì, poi una specie di lampadina mi si accende e dice “Senti, io non voglio fare il sacco degli attrezzi, scendiamo giù e ti faccio sicura su qualche via impegnativa che piace a te, ok?”. Lui, mai esagitato, la calma fatta persona, annuisce un po’ a malincuore. Mi dice “Beh, di qui in poi è facile, in un minuto passiamo quel canalone e siamo di là”. “Senti, a me una vocina mi dice di fermarmi, se non ti fa niente io le darei ascolto”.

A 30 secondi esatti da quella frase, una scarica di sassi enormi spazza tutto il canalone. Ancora oggi non so chi ringraziare per quella voce.


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