Le ferite che la vita ti lascia

Si chiamava Angela.

Aveva 27 anni.

Il 21 giugno 1995 ricevetti una telefonata, che ancora oggi risuona nel vuoto del mio cranio.

Era mio padre che mi diceva “L’hanno ricoverata stamattina”.

Io erano mesi che mi facevo vedere pochissimo a casa, perché nel 94, in preda alla disperazione, alla mancanza d’ossigeno e di un reddito decente, abbandonai l’azienda artigiana di famiglia per fuggire chissà dove. Non avevo niente in mano, né un mestiere né un titolo di studio. Rimasi inattivo quattro mesi, poi andai in fabbrica a fare l’operaio turnista. Ce l’avevo a morte coi miei, che non capivano cose che facevo fatica a capire perfin io. Mi ero sposato solo l’anno prima, vivevo in affitto e avevo una quantità deprimente di debiti. Il lavoro non rendeva il dovuto, dovevo far debiti per pagare i debiti. L’unica via era farmi assumere in fabbrica e odiare il mondo intiero.

Dicevo, in un anno e mezzo avrò visto i miei cinque o sei volte, e quasi sempre per motivi forzati. Quella telefonata estemporanea mi lasciò un po’ perplesso, quasi scocciato. Poi metabolizzai il contenuto, le poche frasi che mio padre pronunciò. Mi sedetti, lo sguardo fisso al muro. Ero di riposo quel giorno. Non ricordo se faceva caldo o no, ma nella mia testa la temperatura si alzò improvvisamente, mandandomi in una specie di trance. Scesi dal quarto piano dove vivevo, barcollando per le scale, salii in auto e mi diressi verso il negozio dove lavorava mia moglie.

“Buongiorno signora”. “Oh ciao, la chiamo subito” mi disse con un sorriso. “Sì, grazie”. Mia moglie uscì dal retrobottega, mi salutò. “Hanno ricoverato mia sorella stamattina”. “Ma cosa le è successo?!?” mi disse lei, con un tono a metà fra il preoccupato e il sorpreso.

“Ha la leucemia”.


Morì due mesi dopo.


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