A me mi manca
Mi manca quella specie di vita avventurosa che ho avuto modo di assaggiare in passato. Quando partivi con una tenda a tre posti, un paio di calzoni corti, un asciugamano e una maglietta di ricambio, tutto infilato nel bauletto della moto e poi sparivi per giorni, diretto verso strade note o meno note, con la speranza di trovare un posto dove metter la tenda e qualcosa da bere. O quando ti alzavi alle 2 del mattino, andavi fino al Pian del Re, scarpinavi su per sentieri e speroni rocciosi per riuscire a fare la cima del Monviso in giornata, e tornavi alle 22 a casa trasfigurato dalla fatica.
Mi manca lo zaino pesantissimo di quelle volte che volevi per forza farti i tortellini a 2400 metri di quota, perso fra le montagne, con un amico che non aveva mai bevuto in vita sua. Mi manca la notte stellata in alta montagna, nel silenzio rotto solo da raffiche di vento gelido, quando ritenevi che fosse una delle cose irrinunciabili della vita e non trovavi quasi mai un cane disposto a farti compagnia. Mi mancano le costinate improvvise al casotto nascosto dai boschi, e la polenta appena versata, e quell’atmosfera di festa che se la organizzassi per davvero non ti riuscirebbe così bene. Mi manca tornare da una vetta e arrivare alla tenda scoprendo che una vacca ti sta mangiando i tiranti e la devi prendere a calci per farla allontanare.
Mi mancano le giornate passate in totale solitudine, seduto su una roccia, con le labbra seccate dal sole e dal vento, a guardare il volteggiare dei gracchi imperiali o a cercare di scorgere il camoscio sulle rocce distanti. Mi manca quel pomeriggio, che minacciava temporale, e che io manco ci credo in queste cose ma mi sono portato una croce di legno di 45 kg fino in cima alla Testa di Lausfer per espiare chissà quali colpe. E l’ho piantata, con i fulmini che mi schizzavano a dieci metri dalle chiappe, in pantaloni corti con le ginocchia mezze congelate dal freddo, come in una sorta di sfida a colui-che-tutti-dicono-che-sia-dio.
Mi manca tutto questo. Ma non mi piango addosso, perché ora si tratta di lavorare per riuscire a provarci ancora una volta. Che la parola fine, cascasse il mondo, vorrei essere io a decidere quando va messa.



bello :) ci manca la libertà di disporre del tempo per sparire e far quello che vogliamo.
non sò, volevo condividere queste mancanze, dire che bello, che mancano anche a me… l’ho detto si, per gran belle cose :) …
no, è vero non ti piangi addosso, fai piangere me, in compenso:)
te l’avevo già detto, che un po’ per volta, il tuo piccolo “stand by me” dovresti provare a scriverlo con convinzione – e come suggerisce Maurone, a rileggerlo e riscriverlo sempre meglio. perché la ciccia, nel senso delle cose da raccontare, ce l’hai. n’est ce pas?
Già, piccola, già… Poggia pure la testa sulla spalla del vecchio zio paul.
Paul, non lo puoi sapere, capisco, quindi lo spiego bene qui, in amicizia.
Sba è un nick che ho ricevuto a battesimo nel 1996, quando ancora mi toccava lavorar la notte per campare. Recenti studi hanno dimostrato che significa “Serial Bullshit Advisor”, propalatore seriale di stronzate. Sba, in pratica, consiste in un vecchio rincoglionito di 190 cm x 130 kg – quindi piccol(a) non è – che ci tiene a far fede a ciò che l’acronimo del suo nick significherebbe. E a volte parla in terza persona come i pazzi. Poi, se ci tieni, la testa sulla spalla te la posso pure poggiare, ma avrebbe un qualcosa di strano.
Detto questo, grazie per la visita e per aver commentato :)