Breathe.

Come disse Midge Ure.

Mezza giornata di respiro, mezza giornata lontano da quello strano mondo che mi piace tanto ma che mi assorbe ormai in modo molesto. Non ho neppure avuto il tempo di riflettere a mente fredda su quanto accaduto domenica scorsa. O forse sì, ma non sono riuscito a metabolizzare la grandezza dell’evento, non come avrei voluto.

L’immenso Gibson si è quasi offerto volontario per portarmi a Torino, mi ha accompagnato alla cassa accrediti come un papà accompagna il figliolo al primo giorno di scuola. Io non ho visto nulla attorno a me, non avevo pensieri, la mente svuotata e una strana euforia in circolo. In macchina credo di non essere stato zitto per neppure 3 minuti consecutivi. Mi affaccio allo sportelletto della cassa, presento le mie credenziali e mi viene consegnata la busta con il biglietto per la tribuna.

Pessottino

Già, la tribuna. Anzi, la Tribuna, quella riservata Juventus. Arrivo al varco con i tornelli, e un addetto gentilmente mi prende il biglietto e lo infila nel lettore ottico perchè credo di aver avuto la faccia da ebete. Mi dice “Entri, prego“. Passo a stento nel tornello (ma li hanno fatti a misura di modelle anoressiche?) ed entro nel recinto. Il biglietto dice Settore 101, fila 3, posto 18. Alzo lo sguardo verso le gradinate di accesso al primo anello, “settore 105 e 104″ dice il cartello, mi sposto verso destra, altra gradinata, “settore 103 e 102″, mi sposto ancora a destra e.. cazzo una transenna con poliziotti! Mi avvicino e chiedo gentilmente se sanno indicarmi il settore 101. “Prego, venga, per di qua” con una gentilezza cui non sono abituato. Salgo la gradinata del settore 101, tappeto rosso sui gradini, ci sono due STUPENDE hostess all’ingresso, mi chiedono il biglietto.

Buongiorno e benvenuto in Tribuna Juventus, la prego di seguirmi, le indico il suo posto a sedere. Se gradisce, qui a destra c’è il buffet“. Io annuisco inebetito mentre comincio ad intravvedere il campo, poi le tribune, le curve, le panchine. Sono dentro. Certo, magari al Bernabeu mi avrebbe fatto un effetto ancora maggiore, ma come debutto l’Olimpico di Torino non è male. La signorina si allontana, sbircio il tailleur e lo spacco sul retro, tacchi a spillo, ha davvero un fisico da sbarellamento. Mi siedo sulla poltroncina e comincio a guardarmi intorno.

Cazzo, fa un freddo maiale, neanche 10 minuti che sono seduto e già congelo. Vado al buffet e un’altra SBALORDITIVA hostess mi sorride e mi apre la porta. Un locale decisamente spartano (moquette grigia a terra e pareti bianche) contiene gente in giacca e cravatta, un divanetto, qualche tavolo stand-up tipo autogrill e un baretto improvvisato. Mi affaccio, zigzagando lentamente fra i pochi sconosciuti che popolano il locale, chiedo un caffé, il tavolo è imbandito di ogni ben di Dio. Sorseggio l’espresso caldo, riprendo conoscenza insomma, alzo lo sguardo e vedo Cobolli Gigli che al tavolinetto a lato si beve un bicchiere di rosso insieme a Montali e Blanc. “Ma che cazzo ci fanno qui dentro?” penso, poi mi volto e vedo Rampulla, poi altri personaggi dello staff Juve (giacche ufficiali), Furino e anche Valeria Ciardiello (una di quelle donne che abbracceresti ogni volta che la incontri). Io sono lì in mezzo, sembro un barbone in un ristorante di lusso. Mi avvicino a Montali, facciamo quattro chiacchiere, una foto insieme scattata dal cameriere (mossa), mi raccomanda di tornare a casa presto per guardare la partita della BreBanca Lannutti Cuneo, secondo lui merita davvero vederla. Jean Claude Blanc mi stringe la mano, sta per uscire insieme al Presidente, che mi saluta cordialmente. E pensare che credevo non esistessero, che fossero solo un ologramma….

Dalla tribuna i cori delle curve si sentono in stereo, lo stadio è al 90% di posti occupati, io sono appena sopra al tunnel di transito dal campo agli spogliatoi. Inizia la partita, me la gusto, anche se continuo a guardare in giro, non sono molto concentrato sul gioco, tanto che mi perdo sia il goal di Salihamidzic che quello di Trezeguet. Ma poco importa, in questo momento lo stadio è mio, dietro di me sono venuti a sedersi Secco, Pessotto e Franzo Grande Stevens. A metà del primo tempo arriva anche John Elkann, si siede due posti più in là di dove sono io. Che strano, io so chi sono loro, loro non sanno chi sono io, mi guardano ed accennano ad un saluto. Ricambio.

La partita finisce, mi faccio scattare una foto con il mitico Pessotto, poi finalmente individuo gli altri 5 fortunati vincitori del biglietto e ci fanno scendere nel tunnel degli spogliatoi. Solo che, onestamente, aspettare i giocatori per farmi fare un autografo non è la mia massima aspirazione. Anche perchè, al limite, dovrebbero essere loro a chiedere un autografo a me, il loro immane stipendio dipende anche da me, sono io il loro datore di lavoro. Saluto i members e fuggo, congelato e stanco, verso l’auto di Gib.

Montali

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