Tu vo’ fà l’americano
C’è gente che ama riempirsi la bocca con terminologie drammaticamente anglofone. La scorsa settimana ho partecipato ad una riunione dove un tizio non la smetteva più di parlare di supply chain, ERP, on demand, CRM, worldwide e ad ogni occasione sostituiva il termine italiano con l’omologo inglese. Quando gli ho domandato su quale piattaforma si sarebbero aggregati i dati non mi ha saputo rispondere, ma ha puntualizzato che se il loro datawarehouse avesse dovuto grabbare le informazioni da un spreadsheet come excel lo avrebbe fatto certamente. Meno male che ci ha pensato qualcuno, mi sono detto.
La mania asfissiante di parlare con termini esogeni è sintomo di scarsa cultura, secondo me, e di notevole mancanza di argomenti, specialmente se ci si sta rivolgendo ad interlocutori di lingua italiana. Certo, nella barra delle categorie qui a fianco si possono leggere ben tre locuzioni in inglese (chi è senza peccato scagli la prima pietra), necessarie in quanto altamente sintetiche, e non certo debordanti dal contesto. Forse “Vita nella rete” poteva anche starci, ma “lavoro pesante” avrebbe fatto abbastanza pena ed avrebbe perso la connessione logica con il genere musicale che amo maggiormente. Il senso della misura mi porta a non esasperare neppure l’effetto contrario, ovvero la nazionalizzazione estrema dei termini, come fanno i francesi con quel modo così arrogante di imputridire la terminologia – necessariamente estera – con locuzioni ridicole come ordinateur in luogo di computer, e logiciel in luogo di software.
Su questi temi ci hanno fatto pure una pubblicità, dove il Pasquà di turno va da Proietti e gli propala termini tipo lunch, brunch, breakfast ecc…, e questi gli ribatte con un’espressione in terronese, tanto per dimostrare l’italianità presunta del prodotto. Se non altro se ne carpisce il profondo significato ironico, è un “parla come mangi” detto con altri termini. Mentre in altre situazioni c’è la convinzione che l’uso smodato di termini anglofoni sia “depurativo” di una condizione culturale ritenuta superata e démodé, e che l’americanizzarsi sottolinei la volontà di elevarsi oltre alle proprie origini contadine o provinciali. In questo senso la canzone di Carosone citata nel titolo è un emblema, e l’icona indiscutibile di questo vergognarsi delle proprie origini è il grande Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma”, in particolar modo nella scena degli spaghetti.
In sintesi, l’anglofonia ben venga, se usata moderatamente e nei posti giusti. Mentre è un orrendo autogoal se usata in maniera goffa ed incauta, come in un banner visto di recente in rete: per pubblicizzare una cioccolateria si parla di american bar, salad bar, relais, american breakfast e, santi numi, di quanto potete vedere nell’immagine sotto riportata.
Da quanto mi risulta, l’unico Vine Bar si trova ad Hollywood, e si chiama così perchè si trova sulla Vine Avenue. Ci sono anche diversi D’vine Bar, per un ovvio gioco di parole. Tutte le altre vinerie scrivono sulla loro insegna “Wine Bar“, forse soltanto per il gusto di scriverlo correttamente.




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