Sarà il cambio di stagione ma oggi1 sono certo di aver partecipato a questa discussione, di cui riporto i dialoghi. I protagonisti sono Angeli, Demoni e Sba. Angeli è un cucciolo di arcangelo, inviato sulla terra per preservare la mia anima, è alto quindici centimetri, ha una voce da adolescente vittima di Baden Powell ma baffi e capelli biondi da vichingo che pare Abraracourcix. Demoni è un mentecatto figlio di buonadonna, alto sì e no una spanna, rosso abbrustolito come un wurstel, dice di avere 350 anni e di essere discendente diretto dell’indimenticato Brot Caolila Aldamara Daiquirus, Demone di Settima Categoria della Legione di Craacrinolas2.
A: E’ arrivato il pacchettino, è arrivato il pacchettino! yuhuhuhuhu!
D: Ma sentila sta checca isterica, starnazza come un’ochetta nell’acqua…
A: Non ti permettere sai!
S: Ehi, voi due, piantatela. Ohhh, fammi vedere cosa c’è in questo pacchetto.
A: io lo soooo, io lo sooooo
D: Piantala!
S: (scart, sfrush, strapp, ziocan) Oddiosanto!
A: Lunga vita al boss (e si mette sull’attenti)
D: Alé, cominciamo con le bestemmie (si tocca apotropaicamente)
S: Ma guarda te che confezione del cavolo che gli han fatto a sto coso…
A: Bella, bianca, candida, uh, immacolata direi!
D: Che orrore, chi è il malato di mente che ha concepito sta roba?
S: Quel tizio là, come si chiama… boh
A: “Boh” è il cane di mio zio Maurilio, “Boh” è il cane di mio zio Maurilio!
D: Ma la smetti di ripetere sempre due volte le cose?? E poi piantala di fare quella vocina isterica da finto entusiasta della vita, sei patetico come un portaombrelli in vimini.
A: Sei cattivo, cattivo cattivo cattivo!
S: Ha ragione, tu sei cattivo e tu sei un rompiballe. Lasciatemi vedere qua, dai.
(sfila il coperchio della scatola, miserella, va detto, e guarda il contenuto)
D: Ahahahaha! Ma cosa cavolo è quell’affare? E’ liscio come la tavoletta del cesso!
S: Effettivamente…
A: Non ha i pulsantini! Ti hanno fregato!
D: Meglio, così non ci metti i tuoi ditini sporchi di marmellata, dannato marmocchio bavoso!
A: Cattivo! Ce lo dico al mio caposcout che sei cattivo.
D: Diglielo, io lo sto aspettando giù da basso per tutta una serie di motivi che sanno lui e la beneamata perpetua del parroco.
A: No!?! Dici che il caposcout se la fa con la Dorina?
D: Dico, dico. Fidati, quello ha trivellato più della Shell.
A: Ma non mi direeeeee. (Sospirone di sorpresa)
S: Ma cazzo! Sto coso pesa come una lastra di ghisa! Pensavo fosse più leggero, accidenti.
D: Eh, vuoi andare a fare il figo in giro col gadgettino e adesso ciapa lì e porta a cà.
A: Però è bellino eh, ha qualcosa di celestiale…
D: Sì, il costo.
S: Meno male, ci han messo anche le cuffie, pensavo già di dovermele comprare a parte
D: Da quando in qua ti compri la roba? Di solito non aspetti il rinnovamento tecnologico aziendale per approfittarne?
S: Ma cosa dici, non mi sono mai permesso! Il fatto che il maledetto incumbent ogni tanto decida di passarci robba nuova non significa che io ne approfitti. E poi, scusa, vorrai mica che dia a disposizione un cosino così prezioso a un, che ne so, un… elettricista?
A: Mio zio Doriano fa l’elettricista, mio zio Doriano fa l’elettricista!
S e D, in coro: MA PIANTALA!
(attimo di silenzio)
D: ma provi ad accenderlo, almeno, o resti lì a guardare sta lapide di marmo nero?
S: E cosa lo accendo a fare che non ho la … ah eccola qua, ma allora han pensato proprio a tutto!
A: A me pare un sottobicchiere
S: Non sto a spiegarti cos’è, non capiresti
D: Non è un sottobicchiere, è il coperchio della cripta dove di chiuderò, dannato pennuto ermafrodita
A: Uh? Spetta, e… er… ematocrito… erasmo da rotterdam… ermetico… ecco qua, ermafrodita: “fenomeno col quale un individuo di una determinata specie può produrre, contemporaneamente o successivamente, sia i gameti maschili sia quelli femminili“. Cioè?
D: Lascia perdere, scherzo della natura che non sei altro
A: Ha parlato il salsicciotto, ihihihihih
(SCIAFF!)
D: E adesso porgi l’altra guancia, ahr ahr ahr!
A: Io sta regola non l’ho mai capita del tutto, anzi, a dire il vero mi pare un po’ una stupidaggine. E comunque mi hai fatto male, stronzo!
S: Ehi, qui le parolacce le dico solo io, chiaro?
A: Beh, dai, avevo staccato un attimo il microfono, se da lassù non mi sentono è meglio
D: Posso dirne alcune io? Dai dai daiiiiI!
S: No, l’ultima volta han dovuto chiamare un esorcista per disinfestare quel bar dove ti sei messo a far bestemmiare la volpe imbalsamata sulla mensola.
D: Ahahahahah, gran scena, un lavoro da maestro!
S (tornando al pacco): Ehi, ma questo coso che diamine sarebbe? Guarda che spinotto gli hanno fatto…
A (presumibilmente interessato): sembra la dentiera di un ruminante
D: Lo è, direttamente presa in prestito da tua madre
A: Cattivo! Uéhhhééééèhhhhh! (frigna a squarciagola)
S: Ecco, geniale, ci mancava solo che lo facessi piangere
D: Non ha il necessario sense of humour sto ocone
A: Uééééééééééééééééééééé (sempre più forte)
(SCIAFF!)
A: … ma…. ma…
D: Ma niente! Basta!
S: Che faccio, lo accendo?
A: Sì, sì, dai, dai! (sfregandosi la guancia arrossata)
D: Potrei accendertelo io, ma non sarebbe più così liscio a 1250°C (sghignazza)
(click)
(bip)
D: Non dire cazzate, non ha fatto “bip”!
S: Eh vabbé, dai, volevo fare un po’ di scena…
D: Cialtrone.
A: E adesso?
D: Scommetto che devi installare 70 mega di programmi (sghignazza silenziosamente)
S: Infatti, cazzo.
D: Shut down that crap!
S: Non posso, ho fatto la mia scelta ormai.
A: E sarebbe quella? Un coso che per funzionare deve essere collegato a iTunes?
S: Eh…
D: Ehi frignone, mi sa che ce lo siamo perso questo qui
A: Dici eh? Anche a me pare che non ci sia scampo
D: Che facciamo, andiamo?
A: Ok, che è anche ora di cena
D: Cosa ti prepara di buono “holy gorgeous mary“?
A: Stasera broccoli, e non chiamarla così.
D: Cazzo, e poi dicono dell’inferno…
A: Eh, lassa perde
D: Ciao và
A: Ciao
(Flap, flap, flap)
1: Oggi mi è arrivato, capita.
2: Non ringrazierò mai abbastanza il grande Stefano Benni
Oggi andavamo per una strada di montagna, in macchina, con mia moglie, e fra un discorso poco sensato e l’altro le facevo vedere che c’ero già stato, in bici, su quella strada, l’anno scorso, e le dicevo “qui è diritto”, “qui è l’unico pezzo in piano”, “lassù quando arrivi sei proprio controsole”, e son sicuro che si stava annoiando così tanto che se avessero inventato una scala di noia io avrei rappresentato il dodicesimo grado, anche senza sapere quanti gradi potesse avere questa scala (che poi sarebbero gradini ma fa niente, soprassediamo). E poi siamo arrivati in cima a una salita pazzesca e le ho detto “qui, l’anno scorso, ho visto tutti i dodici apostoli che stavano preparando il barbecue”.
Alla fine ho capitolato e andrò alla Blogfest. Io che blogger non sono, nel senso che io di cose da dire ne ho poche e fanno cagare. Ci andrò perché farà bello, e non farà caldo, e potrò stare seduto al bar della piazzetta a bere, anche da solo, guardando le fottute anatre del lago. E se vedrò le tante brave persone che conosco, bene, altrimenti pazienza. Sarò quello con gli occhiali termoionici, fotocosi, quelli che vengono scuri, insomma, e occuperò lo spazio necessario a respirare senza invadere quello altrui. Per noi lontani è un investimento, andare a Riva. Son quasi 5 ore di macchina, soldi in hotel, soldi in birra, soldi in cialtronate varie, soldi in autostrada, soldi per mangiare. Ma ci si va, ci si reincontra dopo un anno con la gente che bazzica la rete per qualcosa di più edificante di facebook (spero, insomma, mi sforzo di credere che sia così).
Sarò al bar, chi mi vorrà riconoscere potrà farlo seguendo l’onda d’urto dei miei rutti.
Diciassette anni fa come adesso, a questa stessa ora, ero nel letto in più nella stanza di mia sorella, e non riuscivo a dormire perché domani mi sposavo. Quindici anni fa come adesso, a questa stessa ora, mia sorella era in un letto d’ospedale in procinto di andarsene, definitivamente. Ormai sono riuscito a farmene una ragione, di entrambe le cose. Ma non del tutto. E’ che attorno a te son tutti più portati a ricordare chi non c’è più piuttosto che festeggiare chi ancora c’è, e poi dicono che uno diventa orso.
Ho dovuto riflettere un po’ prima di scrivere, visto che oggi è morto un mio amico in montagna e probabilmente, se ho capito bene, in un posto in cui ero stato nel 92. Perché poi sembra che uno voglia dire sempre la sua, e “io ci sono stato lì”, e fare filippiche sulla pericolosità della montagna, parlando il più delle volte a sproposito. Non è certo il mio intento, ho deciso che andava bene parlarne, a modo mio, per ricordarlo tramite il mio racconto. Così mentre riflettevo sulla brevità della vita mi sono messo a cercare immagini di quella zona del massiccio dell’Argentera, la cosiddetta cengia della via normale alla punta sud. E mentre le guardavo ho provato gli stessi brividi e ho sentito lo stesso peso sullo stomaco che sentii quel giorno mentre la salivo. Mi ricordavo com’era, ovviamente, anche se a volte certi aspetti del vissuto possono venire amplificati o attenuati dallo stato d’animo del momento, ma io la ricordavo comunque esposta, pericolosa e stretta, e le foto viste oggi han confermato tutto quanto. Ne parlavo solo qualche giorno fa con un amico, di quel posto, e dicevo “No, non so mica se avrei ancora il coraggio di tornarci”.
Quel giorno arrivammo con la scassatissima macchina di Francesco fino al Pian della Casa, 8 del mattino, ben intenzionati a fare la sud in giornata. Il tempo era dato per stabile e avevamo su tutto il necessario per fare una bella camminata. Io non conoscevo quelle zone, se non il Remondino, un rifugio che quando ci vai sembra sempre che sei già arrivato e invece manca ancora un’eternità, quindi affrontavo la cosa con un misto di curiosità e timore. Che sono un fifone lo si è sempre saputo, in fondo. Caricati gli zaini in spalla partimmo di gran carriera, e i miei 22 anni facevano soffiare fin dai primi metri i 40 abbondanti di Francesco, che mi chiese se fossi stato in ritardo per il treno. In breve fummo al Remondino e facemmo sosta per colazione accucciati sui massi della conca sotto la Cima di Nasta, con i camosci che venivano ad elemosinare qualche tozzo di pane. Poi di nuovo “in sella”, verso il Passo dei Detriti, un pendio erto e casso (scusate la citazione), più casso che erto, pieno di sfasciumi di roccia, dove un passo in salita corrisponde a due in discesa. Diverse soste lungo il tragitto ci fecero prender fiato, ma si cominciava a sentire la quota e la fatica. Giungemmo sul colle alle 11 e con gran sollievo per le spalle calammo gli zaini per fare un sorso d’acqua. Da lì il panorama lasciava senza fiato (e non credo fosse solo per l’emozione), e la cengia dell’Argentera compariva minacciosa e verticale come non l’avevo mai immaginata. Del resto, a quel tempo internet-un-par-di-balle, niente foto a portata di mano, dovevi accontentarti dei racconti di chi c’era stato, con tutti i ricami del caso.
La sosta ci rinfrancò quel poco necessario a iniziare la traversata. Superate le prime rocce mal assortite iniziammo subito il “sentiero”, un gradino di roccia che attraversa tutta la parete e che va da 1 metro a 30 cm di larghezza, con punti dove il burrone alla tua destra è di 80/100 metri. Col peso a monte, e la paura che anche il più piccolo movimento inconsulto dello zaino potesse farmi perdere l’equilibrio, seguivo Francesco che andava anche lui con passo cauto. Arrivati al “passo del gatto” mi disse: “Non te lo volevo dire, ma qui bisogna camminare carponi”. Io lo guardai come il condannato guarda il boia. Si abbassò lui per primo, sotto quello sperone di roccia che fa da tetto alla cengia per un tratto di pochi metri, ma che riduce l’altezza a non più di un metro e costringe il corpo a pendere vertiginosamente verso il vuoto. Visto l’andazzo feci come i boscaioli canadesi, che si arrangiano, e sfilai lo zaino per minimizzare il volume complessivo del mio incedere. E pur senza quello feci una fatica immonda, con la strizza che mi prendeva ogni volta che con la schiena toccavo la roccia e mi sentivo spingere nel burrone. Trascinai lo zaino dietro di me, lentamente e con immensa cautela, fino a che uscii da quel tratto imbarazzante. Poi proseguimmo fino al camino, e qui ri-guardai Francesco come il condannato guarda quella puttana della madre del boia che se la ride dietro al patibolo.
Il camino. Un balzo di roccia verticale con in mezzo una bella lama liscia a 60° di pendenza, venticinque metri da salire a mani nude e senza nemmeno un pezzo di corda. “Grandioso”, penso, “me chi me lo ha fatto fare!”. Dietro di noi alcuni alpinisti attrezzati e sicuramente più esperti chiesero strada, li facemmo passare, e seguendo le loro mosse riuscimmo pure noi a superare quel tratto e giungere in cima. Ora, non è che voglio fare lo splendido, ma accanto alla croce della cima sud i nostri zaini partorirono delle cose impensabili: Francesco estrasse un salame intiero, sarà stato un chilo, e un bottiglione da due litri di barbera (giuro). Poi tirò fuori la radio e i cavi, mentre io sfilavo il pane, la giacca, l’antenna direttiva e la batteria di riserva: cosa c’è di più idiota di un alpinista che si porta un pintone di vino in quota? Due alpinisti che si portano un pintone di vino e tutta l’attrezzatura da radioamatore per fare qualche contatto a distanza sulle VHF. Erano le 13.30, e con una merdina di radio a bassa potenza collegammo in diretta Punta Ala, Grosseto, dove IK4(non ricordo il resto della sigla) ci rispose dicendo che era con i piedi a mollo in spiaggia. Fu una bella chiacchierata, mentre il pasto ci rincuorava della faticaccia complessiva.
Dopo mezz’ora in quota (3297 m.) decidemmo di scendere, e dopo i primi passi ariecco il camino, in discesa, senza sicure, senza un pezzo di catena, senza niente. Francesco, forse reso coraggioso dal vino, scese tenendosi agli speroni di roccia, io invece avevo veramente paura, specie in prossimità della lama liscia che pareva uno scivolo pronto a spararti verso la pietraia 100 metri più sotto. Allora mi sovvenne la presenza di un cordino da 6 mm. nella tasca dello zaino, lo estrassi e me lo passai fra le bretelle dello zaino, doppio (non fatelo, non fatelo mai, è pericolosissimo), per poi agganciarlo a uno spit che sbucava da una fessura. Pur non facendomi reggere, quel piccolo spit mi diede coraggio e mi fece superare l’ostacolo, non senza raschiare ginocchia e gomiti contro il granito che dicono sia identico a quello del Monte Bianco. E poi via, passo del gatto, passo dei detriti, Remondino e casa, alle 20, sfiniti.
Non ho foto mie di quella giornata, non le trovo più, almeno. Se volete potete guardare quelle altrui trovate su Picasa.
E niente, ciao Valerio, ci si rivede di là.
Certo, la vita da single ha i suoi vantaggi. Non che io lo sia diventato in via definitiva, ma la consorte è al mare e io son qui a badare ai cani. Dicevo, i vantaggi, nessuno. Ad esempio devi andare a farti la spesa, che è una di quelle cose che pagherei dei terzi consenzienti per farla fare a loro. Stasera ho dovuto capitolare dopo giorni di pseudoalimenti in scatola, e ho chiesto conforto al mio collega (single, lui, un uomo festaiolo) che mi ha accompagnato. Diciamo che so riconoscere gli oggetti negli scaffali, e ho anche, per la prima volta, messo il guanto da stupratore per pesare e insacchettare un melone. Roba da non credere, davvero. Incetta di birre ad alta gradazione, formaggi di varia natura (e il Raschera che mia moglie non compra mai, vatti a sapere perché), e una vaschetta con una sintesi di prosciutto di cinto toscano da 130 euro al kg.
Poi arrivi a casa con la tua bella cofanata di roba, e tua madre ti aspetta in cortile. E non è che finge come al solito di bagnare i vasi per approfittare a farsi un po’ di cazzi tuoi, no, si avvicina con sguardo severo per controllare COSA hai comprato. E aspetta a chiederti se hai bisogno di una mano quando c’è solo più da prendere la birra ben protetta nella coperta. Come se volesse contarla, e monitorare le tue abitudini, e magari sapere con chi vai, con chi sei stato, e non c’eri a pranzo. Fortuna che il tecnico della caldaia era un uomo altrimenti sarei stato bollato come un libertino adultero ecc… Com’è che si chiamava la polizia segreta della DDR?
Altri non vantaggi: fumo e lascio il posacenere zeppo impestato in qualsiasi parte della casa. Anni fa, i primi in cui avevamo deciso di fare ferie separate per via del mio grande amore per il mare, mi portavo la cassa di birra accanto al letto, la stecca di sigarette, e alla sera dopo la doccia mi sparavo nel letto col ventilatore a palla e mi bevevo sei o sette birre, fumando un pacco di bionde in camera da letto, cosa infinitamente proibita e deplorevole in regime di coppia. Adesso nel letto no, non mi piace più quel tanfo di fornace nelle lenzuola. E la birra nemmeno, che invecchiando ci si limita, un po’, insomma, ci siamo capiti. Però il posacenere lo lascio sul tavolo della cucina, o in sala, o sul davanzale, pieno, e nessuno che mi cazzia dopo 12 minuti netti. Una meraviglia. Ma poi, tanto, si sa, lo svuoto comunque e lo rimetto al suo posto. Mi sto rammollendo.
Poi, abitudine risalente ai primi anni di vacanze ecc… è quella di lasciare il letto in una condizione pari o peggiore ad un giaciglio per vacche (in piemontese: giàs). Mai rifarlo, mai rassettare le lenzuola, mai sbattere il cuscino. Alla sera ci torni e lo trovi nella stessa forma e posa con cui lo hai lasciato, come una sindone, come un sepolcro, e riprendendo l’ultima posa del mattino è facile che riesci a proseguire i sogni interrotti dalla sveglia. Devi ricordarti che il giorno prima del suo ritorno è opportuno risistemare tutto per non giocarsi il matrimonio con una scena horror di lei che arriva in stanza e crede di essere finita in un allestimento teatrale di District 9.
Infine il silenzio. Amo il silenzio, amo stare da solo, amo parlare con i cani perché loro sì che mi capiscono. Che, come me, han lo sguardo tonto e paziente di chi sbircia il calendario e conta i giorni che mancano alla gioia di non poter più fare i single per sbaglio.
Per non fare post ridicolamente brevi ho pensato di accorpare due argomenti decisamente non inerenti fra di loro.
A riguardo delle distanze oggi ho conosciuto Alb. , con due dei suoi figlioli (splendidi ed educatissimi), siamo andati a pranzo insieme e poi ci siamo salutati, come se fossimo vecchi amici e come se domani ci vedessimo di nuovo. Lui vive nei paraggi di Roma e qui nel far west ci viene solo ogni x anni, io a Roma non ci vado dall’83 e non ho in programma di andarci a breve, quindi credo che, mal che vada, ci si veda fra un anno. Ecco, sta cosa delle distanze tempo fa l’avevo sintetizzata con una frase lapidaria: “La distanza sta all’amicizia come la muffa sta al pane, si sa sempre chi vince”. Infatti ritengo che il non vedersi porti al sentirsi poco, fino al diradarsi delle occasioni di dialogo con epiloghi il più delle volte coniugabili solo al passato. Poi ci sono le eccezioni che ti portano a sentirti una volta l’anno come se fosse stato ieri e boh, non sai più come pensarla. Comunque per uno stanziale come me la distanza è veleno puro, e se ci metti che sono orso dentro il gioco è fatto. Alla peggio… sapete sempre dove trovarmi.
Sugli stronzi invece il discorso è diverso. Tempo fa ero invitato al matrimonio di (mille-anni-fa-eravamo) amici e, come è d’habitude in questi casi, siamo andati moglie ed io a spulciare la lista nozze in un negozio in zona. Davanti alla vetrinetta degli oggetti selezionati dagli sposi abbiamo buttato l’occhio e c’erano ancora diverse cosine carucce, come il ceppo di coltelli o il kit zuppiera + minchiate varie, vassoi, portatovaglioli e altri oggettucoli. Quando la cretina ha cominciato ad elencare i prezzi a me è venuto freddo e stavo per chiedere di andare in una stanzetta isolata per deliberare, e magari pisciare sulla moquette. Vi spiego: il ceppo di coltelli (di nome e marca noti e acquistabili ovunque a 168 euro, anche su internet) costava 440 euro. La zuppiera 300 euro. Il vassoio 185 euro (un vassoiaccio in plastica pressofusa e dipinta a serigrafia), i portatovaglioli di lamierino stampato 38 euro l’uno. Visto che mia moglie non ha la minima idea di cosa voglia dire farsi prendere per il culo da un negoziante insisteva per sentire anche gli altri prezzi, mentre io le davo occhiatacce irrigate di abominio e leggere gomitate per indicarle di alzare le suole. Intanto la cretina continuava, 150 questo, 120 quello ecc… Ad un tratto ha tirato fuori un kit di 6 posate (sei, non sessanta) di una marca primaria, di una bruttezza inqualificabile, manico in plasticaccia fosforescente, e ha sparato 96 euro. Pensando al budget, e al costo di una cena per due, ho capitolato e ho comprato, agli sposi, per il giorno più idiota e dispendioso della loro vita, un kit di sei posate del cazzo. Fosforescenti. Orrende.
Ora, uno potrebbe anche passare per spilorcio, ma cercando su internet il prezzo del kit da 12 – dodici – posate (identica marca e modello) costa 36 euro. E gli sposi, vedendosi recapitare il misero regalo, è ovvio che ci hanno messi a tavola con un nugolo di marmocchi rompicoglioni, ben sapendo quanto io li ami. Ma il succo della questione è che a me vien sete di vendetta, e saprei mille modi per fargliela pagare al caro negoziante con sei commesse. Perché commerciare così è essere stronzi, oltre che ladri. E appena avrò occasione lo farò presente anche agli sposini incauti, per i quali avrei speso ben di più, ma non in quella fogna. Ah, dimenticavo: cari sposini incauti, per la cronaca, volevo comprarvi un TV LCD da 24 pollici in un negozio di fiducia, mentre grazie a quegli stronzi ho risparmiato circa 150 euro. Ciao, statemi bene. E se ricapitasse cambiate ristorante, che quello scelto da voi faceva moderatamente schifo, e il vino pure, santoddio, robaccia da trattoria.
Guardando Gran Torino ho visto in Clint Eastwood diverse cose tipiche del mio carattere, con la differenza che lui aveva le palle e io no. Io sono uno di quelli che ha paura, non sono mai stato temerario né imperturbabile. Il timore di commettere degli errori mi ha sempre costretto a fare profonde analisi valutando infinite casistiche, e forse questo difetto mi ha salvato la buccia fino ad oggi. Da ragazzino avevo un motorino monomarcia, e come tutti i coetanei anch’io avevo forato la marmitta perché facesse più rumore, ma non troppo perché ho sempre temuto di vedere sbucare la paletta dei vigili e di dover dare spiegazioni a mio padre. Certo, poi, aver limato il collettore non rientrava nelle cose rumorose e quel coso faceva gli 80, ma questa è un’altra storia.
Dicevo, la paura. A 17 anni comprai la mia prima moto, un trial, e facevo cose che adesso mi vien freddo a pensarci, tipo 250 metri in impennata in piedi sulla sella, o far partire il motore al contrario per andare in retromarcia, e quante volte la duecavalli alla pista da trial ha sentito le botte del paracoppa mentre ci salivo sopra. Risultato: in 5 anni mi sono sbucciato un mignolo cercando di tenere il manubrio che non toccasse terra malamente dopo l’ennesima impennata, e non dover dare spiegazioni a mio padre. Poi ho comprato un 500 da enduro, una già abbondantemente navigata Yamaha XT 500, e in Roya la tenevo dritta piegando solo il corpo per via degli ammortizzatori stile carro funebre. In 3 anni un livido al ginocchio causa rinculo della pedivella mentre la accendevo. Ma ormai avevo 21 anni e non dovevo più dare (tante) spiegazioni a mio padre.
Fin da ragazzino ho amato la montagna, e ho studiato a memoria ogni minimo particolare delle imprese raccontate da Chris Bonington, Frison-Roche, Doug Scott e Walter Bonatti. Al punto che ogni singolo istante libero della mia vita era alla ricerca del canalone perfetto, del pilastro più esposto, del nevaio primaverile più verticale. Ma son più le volte che ho abbandonato per la paura che non quelle in cui mi sono spinto oltre. Al mio secondo tentativo sul Monviso mi persi nella nebbia appena sceso il colle delle Sagnette, e l’odore della paura, con l’avvicinarsi dell’oscurità, mi fermò sull’orlo di un precipizio di 120 metri. L’odore della paura, proprio quello. Il mio compagno di gita sosteneva di proseguire prima del buio, e io gli dissi di aspettare, che col far della sera il rifugio avrebbe acceso i generatori e avremmo potuto orientarci con il rumore da essi provocato. E funzionò. E poi dovetti dare spiegazioni alla mia fidanzata, parecchie, perché dalle 2.30 del mattino mi vide arrivare alle 23.00 a casa con gli occhi di uno che ha visto i draghi.
La mia paura mi ha fatto abbandonare la scuola a 16 anni, perché per timore di dover affrontare il cambio d’isituto e di dover viaggiare in treno per andarci ho preferito lavorare. E non so come fosse andata, cioè lo so, perché da quella scuola me ne andai con la rabbia nel cuore, condannato per aver manifestato le mie opinioni. E a 16 anni ci sono ancora tantissimi che hanno paura di mettersi a lavorare, mentre io pur di non tornare in quella fogna accettai di fare 11 ore al giorno per 6,5 giorni alla settimana. Non era paura, era essere coglioni, ma anche questa è un’altra storia.
Adesso la paura è cambiata, certe cose mi fan ridere o pensare, ma non mi spaventano più. La paura che ho adesso è che uno stronzo entri in casa mia di notte e faccia fuori la mia famiglia con un 12 a pompa, o che qualcuno avveleni i miei cani. Ho paura per gli altri, più che per me stesso; ho paura che il mio carattere da cinghiale incazzato allontani tutto e tutti, ho paura che finisca la stecca di sigarette, ho paura che qualcuno mi tamponi mentre sto in macchina. Sono una vecchia carriola arrugginita, ma chi si accontenta lo sa, e porta un po’ d’olio lubrificante per scongiurare almeno il fastidioso cigolio.
Lo ammetto, ho mentito a un amico. Lo so, è una cosa riprovevole che non andrebbe fatta mai, ma io ci sono cascato. L’altra sera questo mio amico faceva una cosa in una libreria a Cuneo, una roba che non ho capito bene se lui presentava un libro di Spinoza, oppure un libro scritto da lui e aveva anche invitato Spinoza e una medium per fare da interprete, oppure se Spinoza aveva scritto un libro e aveva invitato il mio amico, insomma non è ben chiaro ma il succo è che il mio amico mi aveva invitato a partecipare, e si capiva dal tono delle sue email che ci teneva parecchio, e io invece non ci sono andato. Gli ho detto Sono stanchissimo, ho avuto una giornata di cacca, ho cenato con tre fette di melone e davvero non riesco proprio a venirci, non sarei di compagnia ecc… e poi lì per lì ho anche provato ad abbozzare qualche frase di circostanza per allungare il brodo. Ecco, amico mio, quella sera ti ho mentito e me ne dolgo, e spero che tu possa perdonarmi: il melone, non erano tre fette, davvero, ma l’avevo mangiato quasi tutto.
Estate, caldo, sete, dissimulare il disagio afferrando bevande dal frigo. Lo scomparto ha sei posti e vorresti che fossero seicento, col timore che domani faccia ancora più caldo. Fai inventario a rotazione, prendi questa di due ore fa e metti subito la sostituta, in modo che ogni cosa abbia il tempo di rassegnarsi alla temperatura tollerabile. Chi va e chi viene, sembra un ufficio postale, una sala d’aspetto del dentista, un obitorio. Ma una bottiglia in particolare non la sposti mai, è quello il suo posto, perché è la birra dell’ospite, la vedi ogni giorno e non la tocchi, sai che lui non tarderà ad arrivare e non vuoi farti trovare impreparato. Perché arriverà quel giorno, e un sorriso e un abbraccio e mille parole varranno quanto quella bottiglia che hai battezzato per lui e che ti impegni a non toccare per tutto il tempo necessario, chissà quanto, chissà come o se. La misura giusta di certe amicizie è solo la pinta, perché non avrebbe altri recipienti plausibili.


