Donne ce ne sono tante. Hanno forme diverse, colori diversi, gusti diversi. Parlar di donne è sempre pericoloso, sempre. E’ come entrare ubriachi in un campo minato, bendati, di notte, con la nebbia. Un buon approccio, guidato da inconsueta saggezza, implica il saper schivare determinati argomenti, oppure parlarne solamente se interrogati, evitando cautamente di esprimere con chiarezza le proprie opinioni qualora contrastino con le loro. (Non è vero, ma a volte funziona).

Le donne sono tante e, mi si fulminasse l’abat-jour se non è vero, sono tutte belle. Ognuno ha la bellezza che si meritava qualcun altro, son solito dire, ma non si applica in questo contesto. Per le donne è diverso, loro sono tutte, ma proprio tutte, belle. Ché la bellezza non può essere omologata, ridotta a schemi e a modelli, secondo me.

Le donne sono tante, come gli uomini, anzi di più, dicono le statistiche.

Le donne riservano sorprese bellissime, san far ridere, piangere, o riflettere. Tipo quando se ne escono con frasi come questa:

hai una quarta coppa c??? minchia. mia madre quando ha spartito il seno tra me e mia sorella ha dato a lei le tette ed a me la simpatia.

Sì, io le amo tutte, le donne. Con buona pace di chi potrà considerarmi un paraculo.


Scena: cespuglio di lauro.

Un indefinibile numero di passeri sta facendo parecchia caciara fra i rami. Entrano, escono, litigano, cipcippano a squarciagola. Dal baccano che si sente pare essere una nutrita famigliola con chiassoso contorno di “cuccioli”. Un passero più robusto, probabile capo famiglia, sta appena più in là, guardingo, come a godersi l’animosità del suo clan.

Scena: dintorni del cespuglio.

Un gatto si sta avvicinando con fare strisciante, studia la situazione e si porta in zona d’attacco. Silenzioso, letale. Le sue movenze paiono una danza guidata da istinti che si perdono nella notte dei tempi. I fili d’erba si muovono appena, come pettinati da un alito di vento. Si ferma, immobile, per qualche secondo, poi procede di uno o due passi, gli occhi assassini fissi sull’ignara preda.

Scena: strada.

Osservo curioso da una posizione nascosta. Prevedo un agguato, così mi volto in cerca di una soluzione. C’è un’assicella di legno accanto al cancelletto che si affaccia verso il giardino, la prendo lentamente per non farmi scoprire. Quando il gatto comincia a caricarsi a molla per attaccare, tiro una fortissima legnata contro la ringhiera, di piatto, urlando “Bastart!”. L’assicella va in briciole, con un baccano spettacolare e il rimbombo della ferrata che risuona per qualche secondo.

Scena: dintorni del cespuglio.

Istantaneamente, con tutta l’energia nervosa che ha accumulato nelle zampe per scoccare il balzo assassino, il gatto schizza scompostamente in verticale, qualcosa come 150 cm, poi miagolando istericamente sparisce nel giardino adiacente, il pelo ritto come un’istrice dopo il phon.

Scena: cespuglio di lauro.

Frullo d’ali, convulso cinguettio da strizza e fuggi fuggi generale. Poi, silenzio totale per parecchi minuti.


Stasera tornando a casa ho trovato un bigliettino nella cassetta della posta. Diceva, pressapoco, “cip cip”.


Il troglodita vive il quotidiano in mezzo a noi. L’omologazione dell’abito e dell’habitus lo hanno portato, col tempo, ad essere quasi irriconoscibile, e anche un buon osservatore ha grandi difficoltà a individuarlo fra la folla. Non è più definibile con lo stereotipo dell’omuncolo con capelli lungi e sporchi, barba incolta, monosillabi a manetta, pelle di lupo e clava in mano. Il tempo, la pazienza di madre natura e i curatori d’immagine hanno fatto sì che somigliasse all’homo erectus così tanto da riuscire a mimetizzarsi anche in un convegno di navigati manager.

Ci sono però alcuni aspetti comportamentali, caratteriali e somatici che possono aiutare il cacciatore di trogloditi a stanare, identificare, schedare e bollare come tale il vero troglodita moderno. Si va ad analizzarli, sperando così di far gradita cosa al lettore che volesse cimentarsi in sì nobile arte.

1) Il troglodita suda. Sempre. Quando si trova a confrontarsi anche solo visivamente con l’homo erectus, comincia ad espellere liquidi nella zona lombare, poi in quella ascellare, e se la temperatura ambiente supera i venti gradi si trasforma in una pozzanghera in movimento. Questo problema deriva dall’ancestrale abitudine di vestire solo con una pelle animale, con una sola spallina e quindi rigorosamente alla moda.

2) Il troglodita tende a voler partecipare ai discorsi altrui, anche se non capisce nulla di quello che si sta dicendo. Di norma interviene con una battuta agghiacciante, per attirare l’attenzione e suscitare nei più la domanda “ma chi cazzo è questo qui?”. Poi aspetta che il discorso riprenda e sbatte lì una citazione presa a gancio nel suo subconscio, di norma sbagliata e totalmente fuori contesto.

3) Appena un homo erectus fa una battuta, anche idiota, il troglodita parte in una risata fragorosa, lacrima agli occhi e per almeno un quarto d’ora non riesce più a parlare senza ridere come un povero scemo.

4) Il quoziente intellettivo del troglodita è pari a quello di un coniglio. Di ceramica. Può avere molte doti, tipo una memoria a lungo termine, o la generosità, o la semplicità d’animo, ma resta sempre un ignorante. Il troglodita non legge, non si informa, se ne sbatte della televisione e della politica, non va al cinema, non va al bar e spesso detesta tutto quello che contiene la parola “sinistra” perché a lui, sua mamma, gli ha insegnato a usare solo la destra.

5) Il troglodita riesce sistematicamente a fare figure di merda anche quando potrebbe evitarle. Se ne accorge sempre un pelino in ritardo, scivolando così su gaffes da antologia fra l’ilarità mista a indignazione degli astanti. Questo accade in special modo quando il nostro troglodita-tipo tenta di partecipare a qualcosa di matrice social, dove si trova a misurarsi con persone della sua specie (poche) e appartenenti alla specie erectus (la maggior parte). Qui si scatenano gl’istinti primordiali che guidano il suo animo, che ben presto lo espongono al pubblico ludibrio con l’aggravante dell’assoluta inconsapevolezza del soggetto (aspetto, questo, che amplifica la sua condizione di trogloditismo).

6) Il troglodita rutta, fuma, bestemmia, si infila le dita nel naso che ci potrebbero fare una puntata di Megastrutture, si veste con roba del mercato rionale, beve come un tombino e, se c’è ispirazione e se ci sono adeguati presupposti metabolici, sa conferire all’ambiente circostante quel tono di muflone macilento con un solo download di gas putrescente dal timone di coda.

Terminato l’elenco delle caratteristiche più evidenti, e in un certo senso più fastidiose, ci sono ancora alcuni aspetti che possono aiutare ad individuare il moderno cavernicolo subacculturato, che a rigor di logica riporterò seguendo la numerazione financo utilizzata.

7) Il troglodita è scemo, ma è buono. Fondamentalmente buono. Se ne hai bisogno ti dà anche la camicia, seppur sudata. Si esprime a monosillabi ma quando serve riesce a mettere una buona parola per te. Se ti aiuta in qualcosa, di solito non se ne vanta e non te lo fa pesare. Il suo impeto partecipativo è volto quasi sempre a cercare di strappare una risata sulle serie bocche dell’homo erectus, anche se il più delle volte si tratta di smorfie di disprezzo.

8) Il troglodita è sensibile, e per quanto possa sembrare strano, ha avuto un’infanzia anche lui, un’adolescenza di merda, una vita lavorativa piuttosto strana e travagliata, rigorosamente a basso reddito, per lo più dedita alla pastorizia, fra stegosauri e cinghiali. Il suo status non è sempre geneticamente innato, anzi, è molto più facile incontrare un troglodita in quanto tale per acquisizione famigliare che non uno già programmato così alla nascita. Egli è così perché altri hanno scelto che lui fosse così, tenendolo alla larga dalle cattive compagnie, dall’istruzione, dalla baldoria e dall’ozio, ritenendo di fare la cosa più giusta al mondo per lui e, spesso, senza nemmeno chiedergli un parere in merito.

9) Il troglodita riesce a fare cose che un erectus con intelletto più evoluto non riuscirebbe mai a fare, tipo ribaltare una Punto con la sola forza delle braccia. A dispetto di certe pulsioni, però, è di norma ligio alle regole, non violento, corretto e rispettoso. Non è raro trovare esemplari con ancora tutti i punti sulla patente.

10) Il troglodita ha un bioritmo che sembra il sismogramma di un nono grado Richter, oggi è felice e domani è più triste di un cane devastato dai parassiti. Oggi è solare e socievole, domani è incazzato come un muratore bergamasco ubriaco che si dà una martellata su un dito. Del resto è un troglodita, non si può pretendere che abbia un comportamento lineare e razionale. Quello che è più significativo è che il troglodita non si arrende mai, anche se si abbatte o se altri cercano di abbatterlo, lui non cede, guidato dall’ignoranza e dall’istinto di sopravvivenza che le avversità della vita hanno contribuito a forgiare in lui.

Bene, termina qui il manuale per il cacciatore di trogloditi. Una sola osservazione aggiuntiva, che in molti ignorano: il troglodita SA di essere un troglodita, e spesso gli piace esserlo. Non provate a fargli cambiare idea.

Happy hunting evribadi.

Mi manca quella specie di vita avventurosa che ho avuto modo di assaggiare in passato. Quando partivi con una tenda a tre posti, un paio di calzoni corti, un asciugamano e una maglietta di ricambio, tutto infilato nel bauletto della moto e poi sparivi per giorni, diretto verso strade note o meno note, con la speranza di trovare un posto dove metter la tenda e qualcosa da bere. O quando ti alzavi alle 2 del mattino, andavi fino al Pian del Re, scarpinavi su per sentieri e speroni rocciosi per riuscire a fare la cima del Monviso in giornata, e tornavi alle 22 a casa trasfigurato dalla fatica.

Mi manca lo zaino pesantissimo di quelle volte che volevi per forza farti i tortellini a 2400 metri di quota, perso fra le montagne, con un amico che non aveva mai bevuto in vita sua. Mi manca la notte stellata in alta montagna, nel silenzio rotto solo da raffiche di vento gelido, quando ritenevi che fosse una delle cose irrinunciabili della vita e non trovavi quasi mai un cane disposto a farti compagnia. Mi mancano le costinate improvvise al casotto nascosto dai boschi, e la polenta appena versata, e quell’atmosfera di festa che se la organizzassi per davvero non ti riuscirebbe così bene. Mi manca tornare da una vetta e arrivare alla tenda scoprendo che una vacca ti sta mangiando i tiranti e la devi prendere a calci per farla allontanare.

Mi mancano le giornate passate in totale solitudine, seduto su una roccia, con le labbra seccate dal sole e dal vento, a guardare il volteggiare dei gracchi imperiali o a cercare di scorgere il camoscio sulle rocce distanti. Mi manca quel pomeriggio, che minacciava temporale, e che io manco ci credo in queste cose ma mi sono portato una croce di legno di 45 kg fino in cima alla Testa di Lausfer per espiare chissà quali colpe. E l’ho piantata, con i fulmini che mi schizzavano a dieci metri dalle chiappe, in pantaloni corti con le ginocchia mezze congelate dal freddo, come in una sorta di sfida a colui-che-tutti-dicono-che-sia-dio.

Mi manca tutto questo. Ma non mi piango addosso, perché ora si tratta di lavorare per riuscire a provarci ancora una volta. Che la parola fine, cascasse il mondo, vorrei essere io a decidere quando va messa.


Si chiamava Angela.

Aveva 27 anni.

Il 21 giugno 1995 ricevetti una telefonata, che ancora oggi risuona nel vuoto del mio cranio.

Era mio padre che mi diceva “L’hanno ricoverata stamattina”.

Io erano mesi che mi facevo vedere pochissimo a casa, perché nel 94, in preda alla disperazione, alla mancanza d’ossigeno e di un reddito decente, abbandonai l’azienda artigiana di famiglia per fuggire chissà dove. Non avevo niente in mano, né un mestiere né un titolo di studio. Rimasi inattivo quattro mesi, poi andai in fabbrica a fare l’operaio turnista. Ce l’avevo a morte coi miei, che non capivano cose che facevo fatica a capire perfin io. Mi ero sposato solo l’anno prima, vivevo in affitto e avevo una quantità deprimente di debiti. Il lavoro non rendeva il dovuto, dovevo far debiti per pagare i debiti. L’unica via era farmi assumere in fabbrica e odiare il mondo intiero.

Dicevo, in un anno e mezzo avrò visto i miei cinque o sei volte, e quasi sempre per motivi forzati. Quella telefonata estemporanea mi lasciò un po’ perplesso, quasi scocciato. Poi metabolizzai il contenuto, le poche frasi che mio padre pronunciò. Mi sedetti, lo sguardo fisso al muro. Ero di riposo quel giorno. Non ricordo se faceva caldo o no, ma nella mia testa la temperatura si alzò improvvisamente, mandandomi in una specie di trance. Scesi dal quarto piano dove vivevo, barcollando per le scale, salii in auto e mi diressi verso il negozio dove lavorava mia moglie.

“Buongiorno signora”. “Oh ciao, la chiamo subito” mi disse con un sorriso. “Sì, grazie”. Mia moglie uscì dal retrobottega, mi salutò. “Hanno ricoverato mia sorella stamattina”. “Ma cosa le è successo?!?” mi disse lei, con un tono a metà fra il preoccupato e il sorpreso.

“Ha la leucemia”.


Morì due mesi dopo.


Lascio parlare le fotine. Preciso solo che:

- quota di partenza: 860 m.
– quota di arrivo: 2050 m.
– dislivello: 1190 m.
– distanza: 15,5 km (in salita) e ritorno, totale 31 km
– clima: sole molto caldo, anche in quota, arrossamenti vari
– 2 litri d’acqua
– 2 barrette al miele
– zero bestemmie (era un santuario)
– due apparizioni a carattere religioso (San Dwich e San Gria)
– soddisfazione a mille
– tempo impiegato: salita 3 ore, discesa 20 minuti (eh, dovevo fermarmi a far le foto e ad arrotolare la lingua)

Disclaimer: arrivata in email or ora da parte di mio cugino, complimenti al satiro.

Primo giorno di scuola, in una scuola Americana, la maestra presenta alla classe un nuovo compagno arrivato in USA da pochi giorni: Sakiro Suzuki (figlio di un alto dirigente della Sony).

Inizia la lezione e la maestra dice alla classe: “Adesso facciamo una prova di cultura. Vediamo se conoscete bene la storia americana.  Chi disse:  “Datemi la liberta o datemi la morte”? La classe tace, ma Suzuki alza la mano.  “Davvero lo sai, Suzuki? Allora dillo tu ai tuoi compagni!”

“Fu Patrick Henry nel 1775 a Philadelphia!”

“Molto bene, bravo Suzuki!”

“E chi disse: Il governo è il popolo, il popolo non deve scomparire nel nulla ?”

Di nuovo Suzuki in piedi:  “Abraham Lincoln nel 1863 a Washington!”

La maestra stupita allora si rivolge alla classe:   “Ragazzi, vergognatevi, Suzuki è giapponese, è appena arrivato nel nostro paese e conosce meglio la nostra storia di voi che ci siete nati!”

Si sente una voce bassa bassa:  “Vaffanculo a ’sti bastardi giapponesi!!!”

“Chi l’ha detto?” chiede indispettita la maestra.

Suzuki alza la mano e, senza attendere, risponde:   “Il generale Mac Arthur nel 1942 presso il Canale di Panama e Lee Incocca nel 1982 alla riunione del Consiglio di Amministrazione della General Motors a Detroit.”

La classe ammutolisce, ma si sente una voce dal fondo dire:  “Mi viene da vomitare!”

“Voglio sapere chi è stato a dire questo!!” urla la maestra.

Suzuki risponde al volo:   “George Bush Senior rivolgendosi al Primo ministro Giapponese Tanaka durante il pranzo in suo onore nella residenza imperiale a Tokyo nel 1991.”

Uno dei ragazzi allora si alza ed esclama scazzato:  “Succhiamelo!”

“Adesso basta! Chi è stato a dire questo?”  urla inviperita la maestra.

Suzuki risponde impeterrito:   “Bill Clinton a Monica Lewinsky nel 1997, a Washington, nello studio ovale della Casa Bianca.”

Un altro ragazzo si alza e urla:   “Suzuki del cazzo!”

“Valentino Rossi rivolgendosi a Ryo al Gran Premio del Sudafrica nel Febbraio 2005.”

La classe esplode in urla di isteria, la maestra sviene.

Si spalanca la porta ed entra il preside:  “Cazzo, non ho mai visto un casino simile!”

“Silvio Berlusconi, luglio 2008, nella sua villa Certosa in Sardegna, dopo aver visto la finanziaria di Tremonti.”

Vabbé, non ho argomenti nobili da divulgare o approfondire, quindi ritorno sul mio ciondolare in rampichino per poggi e colli. Oggi sono andato a Madonna del Colletto, e non mi sono divertito per niente. La salita è proprio in salita, ma proprio tanto, ci era passata anche una tappa del giro di dopalia (come testimoniano le foto). Il fatto più grave è che mai come oggi sono arrivato a casa con un intollerabile dolore alla zona deputata a poggiarsi sulla sella. Come se avessi cavalcato un toro meccanico che sulla schiena aveva un materasso da fachiro. E, come se non bastasse, sono tornato a casa stanco, svuotato di ogni energia. Come avevo anticipato, 665 metri di dislivello e 30 km totali è un tiro notevole per un cerebrobeso come me.

Unica nota positiva, che non so ancora se attribuire all’onirico, al metempirico o al reale: sul colle, a 1305 metri, dalla strada opposta a quella che avevo fatto in salita è arrivata una donna, bella, bruna, atletica, con dei fus fous fusò insomma con quelle tutine aderenti color turchese che evidenziavano una struttura muscolare ben definita, e vagamente sexy. Ci siamo parlati due o tre minuti, aveva una voce suadente, quasi ipnotica.

Mi ha fatto piacere, pur standole a distanza a causa del sudore e della puzza di facocero in calore che emanavo.

Se non è stata una visione, la prossima volta mi porto almeno un paio di salviettine. Che lo champagne, nello zainetto, non so se regge fino lassù.


Premessa con disclaimer: il linguaggio usato in questo post potrebbe risultare lesivo della dignità umana, e anche un po’ di quella degli informatici. L’uso di termini spregevoli come “followare”, “resharare” e “procione” è funzionale al discorso, indispensabile per la corretta contestualizzazione degli argomenti, e non poteva essere evitato senza stravolgere il significato del test. Pertanto la direzione invita fin da subito chi non ne tollera l’uso o è debole di stomaco a non proseguire nella lettura. Ah, come in quasi tutti i miei post, ci sono anche parolacce e citazioni blasfeme.

Che diavolo è la Tumblarity? Trattasi di indice di attività del Tumblr. Come funziona? Non l’ho capito molto bene, ma mi pare che se il Tumblr è vivo, se è resharato molto, se posta materiale originale, con regolarità, prende punti e scala le classifiche. Qualcuno, da subito, si è indignato per quello che si è rivelato come un inutile indice di popolarità, bollandolo immediatamente come l’ennesima classifica di chi ce l’ha più lungo, o, peggio, un subdolo metodo per istigare gli utenti al post compulsivo. Non conoscendo bene l’argomento, e memore del pragmatismo che si impara quando devi pagare un mutuo, decido di sperimentare per capire. Qui di seguito v’è la cronologia del test, svolto in modo assolutamente disincantato e non scientifico.

- Leggo in giro di questa Tumblarity, e curioso come un procione vado nella dashboard per capire meglio

- Sì, è un numerino, con tanto di classifiche di vario genere, legate alla nazione di provenienza e ai tag cui ci si “iscrive”.

- Tumblero alcune cosette, come d’abitudine. Sono a T=27. Attendo un giorno, la tumblarity non si muove.

- Comincio a followare alcuni tumblerist di un certo peso specifico, molto attivi (i cui contenuti mi piaccion per davvero, non l’ho fatto solo per coglionaggine)

- Metto i like sui loro post (su quelli che mi piacciono, ecchediamine)

- Attendo un po’, la tumblarity aumenta, da 27 fino a 180, e poi avanti.

- Mi metto a tumblerare regolarmente, otto o dieci foto al giorno, anche di più in certe sere. Ogni like che ricevo, e ogni retumblerata, mi fanno aumentare la tumblarity.

- Iniziano a followarmi diversi utenti (grazie). L’indice aumenta.

- Continuo la fase compulsiva, la tumblarity schizza da 300 a 1250 in una settimana, usando sempre lo stesso trucco.

- Arrivo ad essere 5° in Italia e 640° in tutto il mondo. Primo nel tag “cialtrone” (un plauso a chi lo ha creato).

- Lascio fermo un giorno, perdo 140 punti.

- Riposto ancora foto, ricevo likes e retumblr, l’indice oscilla in pochissimi minuti (e questo non l’ho proprio capito): metto un like, -140 punti. Ricevo un follow, +5 punti. Boh, meccanismo strano.

- Galleggio un po’ nelle zone alte, poi mi rompo il cazzo (espressione scientifica per definire lo stato di indifferenza ed apatia tipico di chi si è rotto il cazzo), esperimento finito. In due giorni scendo a 200 punti.

- Scopro che Placidi Appunti non mi cita nemmeno nelle Placide Segnalazio’ (Mitì ha capito tutto, diavolo di una donna!)

- Ora sto bene, il peggio è passato, allontanate quel tipo vestito da Batman con l’olio santo, per favore.

Morale della favola: Tumblr è un bellissimo strumento di condivisione, ma il celolungometro potevano proprio risparmiarselo.

Prossimo esperimento: donne nude.


Andare in bici è una forma di catarsi purificatoria, una lotta impari contro il tuo unico vero nemico: te stesso. Può anche sembrare una sorta di masochismo, ma con discreti risvolti positivi: bruci grassi, sfoghi i nervi, vedi posti insoliti e ti scortichi la pelle del culo. Quando stai fermo per un annetto scopri che riprendere in mano il ferro è drammatico, e la cosa peggiora con l’avanzare dell’età. Quest’anno è stata più dura, perché ho dovuto scontrarmi con tutte le raccomandazioni che mi fece l’ortopedico quando andai a farmi visitare un ginocchio malandato: non correre più, non puoi, cerca di star fermo e di non fare sforzi, attento anche con la bicicletta, evita i percorsi impegnativi col rampichino. Era febbraio, io sembravo uno storpio, ginocchio gonfio e mobilità pressoché inesistente. I dolori mi impedivano di fare le scale e camminare normalmente, e la voglia di dare ascolto, definitivamente, al medico era enorme.

Ma si sa, i montanari sono testardi come le capre con cui condividono l’habitat. Decisi di disattendere ogni raccomandazione ed iniziai così a camminare, lentamente, la sera dopo il lavoro. Camminare intanto ti fa riprendere contatto col terreno e ti costringe a ricordarti che le chiappe hanno anche altri scopi oltre che scaldare le seggiole. La prima sera fu abbastanza imbarazzante, ginocchio scricchiolante, paura di rompere qualche pezzo. Ogni passo una bestemmiola, in pratica. Decisi di riprovare, e andai a camminare ancora, in salita. Tremendo. Il fiato corto, il cuore a mille e la paura di un crac erano più forti della voglia di muoversi, non parliamo poi della fase di discesa, dove le sollecitazioni del tendine rotuleo sono estreme. Ma non si ruppe nulla, salvo un po’ di gonfiore. Allora continuai, passando dalla camminata normale a quella “tecnica”, più forzata, per arrivare fino alla corsa leggera e poi a quella forzata in salita e ammortizzata in discesa, fino a fare i 20 km di tragitto casa-Monte Croce-casa con 580 metri di dislivello. Il fisico si stava svegliando, e il ginocchio iniziava ad abituarsi a quella vita farneticante.

Poi, per non chiedere troppo alla sorte, decisi di risistemare la bici e dedicarmi a quella. Ci ho pure scherzato su, visto che la prima uscita non era stata così male. Ho continuato, tre volte la settimana, e adesso non smetterei più. Mai come quest’anno il fisico ha reagito alla sollecitazione, i polmoni han detto che se po’ ffà e le fibre muscolari delle gambe han ricominciato a farsi vive. Quindi, lunga e doverosa premessa fatta, ora posso bullarmi delle mie uscite ciclistiche. In un modo o nell’altro ne devo tenere traccia, e farlo qui sopra mi sembra un corretto modo per esporre al pubblico ludibrio tanta vergogna.

20 maggio: tour dello Stura. Borgo, Beguda, Gaiola, Castelletto, Roccasparvera, Vignolo e Borgo. Dislivello poco, alcune salite al 10%, distanza coperta 15,5 km. Tempo: 40 minuti. Sensazione fisica: discreta, molto caldo.

22 maggio: Roaschia. Falso piano fino al bivio di Andonno, poi salita moderata fino a Roaschia. Totale: 22,5 km, tempo 1 ora. Andatura buona, nessuna sofferenza (incredibile).

25 maggio: Gorré di Rittana. Falso piano fino a Gaiola poi salita dura fino a frazione Gorré, a 1090 mt. Dislivello 450 mt su un totale percorso di 30 km. Tempo: 1h e 45, le gambe hanno retto bene. Solo il sedere sembra preso a bastonate, passerà.

27 maggio: La via di téit. A 200 metri da casa inizia la salita, si arriva fino a quota 1200 m per un dislivello di 550 metri. Circa 20 km totali di cui 10 in salita per 1h e 30, con rampe al 13% che ti fanno venire le visioni mistiche. Ad un tratto si abbandona l’asfaltata per S.Antonio Aradolo e ci si infila nei boschi, e si scoprono zone bellissime circondate dal verde, disperse nel nulla della montagna, come Tetto Tendiàs e Tetto Avvocato. La strada sembra proseguire verso Moiola, ma i troppi rami ed arbusti spontanei impediscono di proseguire e l’ora s’è fatta tarda. Torno a casa svuotato dalla pedalata in sterrato ma felice di avercela fatta.

29 maggio: S.Anna di Valdieri. Si sale in quota progressivamente, senza strappi, salvo un netto aumento di pendenza negli ultimi 7 km, da Valdieri a S.Anna. 36 km totali in un’ora e 45, con un dislivello di 450 metri. Ho impiegato 1 ora per arrivare in cima: se penso che due anni fa ci mettevo mezz’ora in più mi sembra incredibile. E tutto senza particolare sforzo. Dati tecnici a parte, annoto che lassù ho trovato freddo e deserto, neanche un cane in strada. Altra nota: primo giorno in cui, al ritorno a casa, riesco a sedermi normalmente senza ululare.

Lascio a testimonianza alcune foto, e mi preparo per domani (665 metri di dislivello, sui 30 km, farò avere mie notizie tramite il coroner).

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Links (und warum)
  • Gibson: Un ingegnere, un perché… il migliore amico dell’uomo :)
  • JuWorld.net: Dicono che sia la più grande squadra del mondo… ed hanno ragione.
  • Spritz all’aperol: La zia Sidgi, che mi dice “@sba: siam fratelli nelle porcate e nell’alcol io e te! :D”
  • Hotel Ushuaia: Si definisce “una da prendere a piccole dosi”.
  • Mauro Gasparini: “Sono a metà strada, stessa distanza dal punto di partenza e di arrivo, ma ho idea che non ho idea di dove sono”.
  • E io che mi pensavo…: Eio è il sellino della tua bici, è il pigiamone del tuo unico neurone, è la brace che cade nella padella.
  • Webcam a 2000 mt.: Webcam sul Santuario di S.Anna di Vinadio
  • Stark: Perché no?
  • SportPress: Le migliori statistiche sullo sport
  • Piccolo Blues: … della costa Ovest!
  • Il Proeta: Girati ché ti spiego il Nasdaq
  • maia: Per lo meno non è interista…
  • Niente da dire: Da dire ne ha, oooohhhh se ne ha!!
  • Spinoza: Lama contropelo con la barba di 5 giorni e senza un goccio di schiuma. Per palati fini.
  • Camu: Nessun computer è stato maltrattato per la sua produzione…
  • Karim Blog: C’eravamo una volta io, Gibson e lui su IRC a fare i coglioni….
  • s|a: Soglia di attenzione